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L’impatto ambientale dei voli turistici nello spazio: una sfida per il futuro

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Quando l’11 luglio, alle 17:41 ore italiane, la VSS Unity della Virgin Galactic ha toccato il suolo dopo il primo volo suborbitale della storia composto interamente da civili, Richard Branson ha affermato entusiasta che quel giorno avrebbe segnato l’inizio dell’era dei voli spaziali turistici. E così sembra che stia andando: pochi giorni dopo anche Jeff Bezos ha compiuto un volo suborbitale a bordo del razzo New Shepard della Blue Origin e il 18 settembre è stato il turno della SpaceX, con il lancio della missione “Inspiration 4

C’è però un aspetto da tenere in considerazione quando si parla di turismo spaziale: l’impatto ambientale. Nonostante, come afferma Martin Ross della U.S. Aerospace Corporation, al momento l’industria spaziale è causa solo dell’1% delle emissioni dell’intera filiera aeronautica, se il numero di lanci dovesse aumentare considerevolmente, questo diverrebbe un problema.

Il problema con le emissioni dei razzi è che vengono rilasciate polveri sottili in uno strato dell’atmosfera, la stratosfera, dove di solito non emettiamo. Le polveri sottili assorbono la radiazione ultravioletta. Se scaldiamo troppo la stratosfera, cambiamo il modo in cui scambia energia, e questo può avere effetti sulla terra” afferma Karen Rosenlof, chimica presso l’U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration.

Per questo motivo sempre più aziende stanno sviluppando lanciatori più “green”, in grado di soddisfare la richiesta di lanci spaziali senza alterare in modo irreversibile l’atmosfera. Su tutte, spiccano due aziende inglesi, la Skyrora e la Orbex, che ha sviluppato un razzo, stampato in 3D, che utilizza biopropano, un gas naturale che si forma durante la produzione di biodiesel. Il biopropano utilizzato dalla Orbex, secondo uno studio dell’Università dell’Exeter, produce l’86% in meno di emissioni rispetto all’RP-1, il carburante utilizzato dal Falcon 9 della SpaceX.

Il team di Skyrora con il loro nuovo lanciatore

La Skyrora invece è riuscita a progettare un razzo in grado di utilizzare un combustibile fatto da plastica non riciclata. “È un grande passo avanti, il nostro combustibile costa molto meno dell’RP-1, e provenendo da plastica non riciclata, sarà d’aiuto per il pianeta” ha affermato Derek Harris, CEO di Skyrora.

La riduzione dell’impatto climatico che Orbex e Skyrora vantano non è dovuta alle effettive emissioni del razzo in se, quanto più al modo in cui il carburante viene prodotto: non provenendo da combustibili fossili, produrre biocombustibili impatta molto meno che produrre il cherosene che attualmente viene utilizzato nell’RP-1. Per questo motivo i lanciatori sviluppati da Orbex e Skyrora non risolvono il problema dell’inquinamento della stratosfera, ma lavorano su quello dell’inquinamento della parte bassa dell’atmosfera, la troposfera, che rappresenta la sfida più grande del nostro secolo.

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